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sabato 21 settembre 2013

La Francia in 7 giorni e in 7 foto: c’est fantastique!


1) Ah! Che gran posto la Francia. Per chi non la conoscesse bene basterebbe dire Tour Eiffel. Ma non è solo questo, c'è molto altro. 
Si pensi solo ai piccoli paesini deliziosi disseminati attorno all'Ile-de-France, che si diramano da Parigi: Fontainebleu, per dirne una. Sede di una reggia sontuosa e pittoresca, il cui suolo è stato attraversato da niente meno che Napoleone e Francesco I. Un luogo che ha fatto la storia, ma anche motivo di svaghi, caccia e divertimento. Il giardino di Diana parla chiaro. Un eden lussureggiante, decorato da fiori multicolori, in mezzo al quale troneggia la statua scultorea della dea della caccia. Tra un lago pieno di cigni e giardini alla francese, ben curati e sconfinati, è difficile già dover partire. Ma la prossima sorpresa è dietro l'angolo.
Sistemazione in una lussuosa suite francese. Per l'occasione serviva il libro della Nèmirovsky a portata di mano.


2) "Occorre che ciò che amo con diligenza, faccia perdere ogni speranza a ciò che detesto".
Questo disse Molière nella sua commedia La scuola dei mariti, che rappresentò gioiosamente in presenza di Luigi XIV nel castello di Vaux le Vicomte, situato nelle campagne a ridosso di Parigi, sempre nell’ Ile-de-France.
Si dice che il ministro delle finanze del re, Fouquet, organizzò una gran festa d'inaugurazione in suo onore, con tanto di magnifici balli, prelibati banchetti (serviti dal famoso chef Vatel, che si uccise poco dopo; coincidenza?) e pittoreschi fuochi d’artificio. Ma la stagione dello sfarzo durò poco. Forse per invidia, o forse per capriccio, il Re Sole fece imprigionare Fouquet, per poi condannarlo a morte.
Questi re incontentabili …
L’alone leggendario che aleggia intorno al castello di Vaux le Vicomte contribuì a donargli quella patina di mistero e di questioni irrisolte. Ancora oggi è molto visitato, nonché location di numerosi film; da Marie Antoniette di Sofia Coppola, a Vatel con il gran Gerard Depardieu. 
Avete mai sentito parlare della Maschera di ferro? Si pensa fosse lui, Fouquet, il misterioso prigioniero del quale mai si seppe l'identità. Ancora oggi si azzardano ipotesi. Che sia proprio lui? O un lontano parente di Luigi XIV? Non lo sapremo mai; ma questo non ci impedirà di tessere tele di ipotesi, film, azzardi e documentazioni tra le più disparate, su questa misteriosa figura. 

Insomma; Sontuosità. Eleganza. Sfarzo. Intrighi. Delitti. Misteri. Giardini alla francese. Questi gli ingredienti principali del castello di Vaux le Vicomte. Chilometri di florida vegetazione, artistiche fontane , labirinti, statue marmoree di puttini o leoni che si coccolano. Un posto che ha fatto la storia della Francia. Misterioso ed ammirato, chi lo tocca è fortunato!

                                       


3) Maison et jardins, Claude Monet. 
Esatto, proprio lui. Il romantico e colorato impressionista, suggestiona l’animo del viaggiatore. Chi passa per Giverny non può non visitare la splendida casa dalle imposte verde smeraldo, quello che fu il suo amato giardino, con il suo amato ponte ed i suoi amati fiori. Un laghetto luminoso è cinto da meravigliosi e numerosissimi tipi di fiori, dal più blu al più rosso, al più turchese, al più giallo. Per non parlare delle ninfee. Le sue amate ninfee, più volte dipinte ed immaginate da Monet, sono loro a donare al giardino quella sorta di patina fatata. Fa da sfondo al profumo dei fiori e al ronzare delle vespe sui nettari, il grande casolare. Stanze dai colori sgargianti e pastello: dalla gialla e calda cucina, all’azzurra stanza delle stampe giapponesi. E naturalmente, il suo studio. Immaginiamolo all’opera, con il pennello in mano, che ritocca i suoi capolavori. Assaporo compiaciuta quest’atmosfera idilliaca e rilassante, non tralasciando nemmeno il piccolo e ben fornito bookshop alla fine della visita. Grazie Claude, paesaggista barbuto e vivace, proprio come il tuo pennello.

                                           

4) Ecco La Normandia! Questa regione della Francia è scrigno di piacevoli sorprese per il curioso viaggiatore.
Precisamente la scoscesa rupe del Pointe Du Hoc, il 6 Giugno 1944, fu presa d’assalto dalle truppe scelte dell’esercito americano. I ranger americani si arrampicarono su di essa, chi rischiando la vita, chi perdendola, per liberare la Francia dall’assedio tedesco. Tante furono le vittime e tante le armi utilizzate. Gli enormi crateri scavati dalle bombe lasciano a tutti un groppo in gola. Tanta è l’emozione davanti a questo spettacolo, tanta la rabbia per gli orrori e le croci che la guerra ancora trascina dietro di sé. Trincee di cemento, asfissianti bunker, attraversano la vasta e desertica zona. L’Oceano svetta di fronte agli occhi. È un confine, un’estremità, una testimonianza storica indelebile. 

Il cimitero americano è qualche chilometro più lontano, e non lascia spazio all’immaginazione. È tutto lì, davanti ai nostri sguardi meravigliati: migliaia di bianche, lucide e marmoree croci simmetriche si stagliano all’orizzonte di un verde accecante e di un blu cobalto. Boston, New York, Chicago, Illinois. James, Patrick, Frank, Daniel, Matthew… e tanti altri giovani persero la vita, risucchiati da un orrore mai sopito, chiazzato di rosso. Il cimitero americano è questo. Enormi e solenni monumenti ai caduti; oceano, prato, fiori variopinti. E morte. I vivi calpestano gli steli, accarezzando qualche croce, in questa languida corrispondenza di amorosi sensi, chiedendosi perché. Mentre attraversano in rispettoso silenzio quell’immensa distesa di anime a riposo.

                            

5) Se io nominassi Saint-Malo a qualunque francese, cosa risponderebbe? Che è una famosa località balneare sulla costa della Bretagna, cinta da mura medievali altissime. Ma perché Saint-Malo è così speciale? Perché il suo litorale è il più esposto al fenomeno delle maree. Cioè l’oceano che si innalza e si abbassa, giornalmente e periodicamente. Questa catartica meraviglia è per il visitatore uno spettacolo unico e vitalizzante. Le forze della Natura contro l’uomo, che può solo adattarsi ed arrendersi ad essa. Le grandi mura servono infatti a tamponare il riflusso marino, ed enormi tronchi d’albero sono infissi nella sabbia, per spezzare la forza centrifuga delle onde. Ci sono stagioni in cui il mare arriva fino ai primi piani delle abitazioni. D’estate gli abitanti dai biondi capelli si stabilizzano giornalmente sulle piccole spiagge e lagune oceaniche create dalle maree. Le piscine artificiali sono una delizia per i bambini, alghe, sassi, sole e sabbia. Ma niente ombrelloni, perché dalle 19 bisogna andarsene, per evitare di venir risucchiati dall’oceano. Il simbolo di Saint-Malo è l’ermellino perché, leggenda vuole fosse l’animale più pulito: “Meglio morire pulito, che vivere sporco”, ciò indica l’integrità morale del popolo bretone. Sotto il livello del mare, intorno alla città, sono disseminate isole che si scoprono solo al calare delle maree. Questo scherzetto lo giocarono i francesi alle navi nemiche, ai tempi della guerra, che inspiegabilmente affondavano ancor prima di toccare terra. Una divertente storiella vede protagonista un gatto, trovatosi solo in una piccola via che stavano per bombardare: al momento dell’impatto venne schiacciato sulla parete, in una posizione grottesca e simpatica, come se stesse ballando. Da lì il nome della via è proprio: “Rue du chat qui danse”(il gatto che balla).
Un posto inspiegabilmente e meravigliosamente unico, per chi voglia stupirsi ancora, come quando era bambino. Da vedere! 

                             

6) Di Mont Saint-Michelle che posso dire? Se non sai cosa aspettarti, prova l’effetto sorpresa, che lascia senza fiato. - Un castello incantato - ho pensato, mentre la navetta ci portava proprio sotto le pendici dell’isolotto. Guardandolo e varcando la soglia delle mura, sembra davvero di allontanarsi dalla civiltà e sfogliare le pagine di un libro di fiabe. È alto, alto, alto, e in cima si posa l’antichissimo monastero, disseminato di guglie appuntite, campanili, torrette, e sotto ancora le case, una sull’altra. Piccole, grandi, di legno, con le imposte colorate. E naturalmente le mura che cingono il paesino, mura dalle quali si vede l’oceano e piene di negozietti turistici. E poi feritoie, cannoni. La guerra si è fatta sentire anche qui, ma Mont Saint-Michelle è riuscito a salvarsi dall’occupazione straniera, grazie alla sua posizione invidiabile, naturalmente. E le maree non mancano mai. Mare e sabbia, mare e sabbia. Di notte si può uscire solo con la barca. Cosa c’è di più fantasioso e delizioso di questa elettrizzante magia della natura? Salire in cima è da brividi, ma brividi belli, brividi forti, nuovi e irripetibili. Poi su e ancora più su! Mi sembra quasi di toccare il cielo. La statua dorata di San Michele sormonta tutto e tocca le nuvole. Questa delizia normanna fa parte, ovviamente, dei patrimoni mondiali dell’umanita dell’UNESCO. Tres jolie!


7) Come poteva mancare una visitina alla città dell’amore? “Parigi ha la chiave del cuor, ovunque profumo d’amor!” cantava Anastasia. Ma a Parigi l’amore non è solo tra le persone. È in ogni angolo, rue o boulevard, è nel profumo fragrante che emana dalle brasserie, è nelle vetrine dei bistrot, dove intravedi un via vai di persone che si incontrano per chiacchierare, è in un bon bon alla crema del Cafè de la Paix. È nelle sconfinate vie delle quali non si scorge la fine, è nella freschezza e pulizia dei mille giardini fioriti, è nei recinti neri e dorati, che la rendono e ci rendono, un po’ re e regine. L’amore è negli artistici ponti che solcano la Senna, nei venditori di libri vicino al fiume, nei vicoletti illuminati dai lampioni; è nella lingua francese, così delicata, così fremente di vitalità. È nella tiepida luce rosata dell’alba, quando illumina la Tour Eiffel. È nella cattedrale di Notre Dame, magnifica, così pregna di storia. È nelle vie dei negozi alla moda, nelle vetrine colorate e luminose, nello stupore che infonde a chi la guarda. Parigi rende tutti un po’ sognatori, un po’ stralunati. La percepisco come una città vanitosa ed incipriata, coperta da secoli di sfarzi e opulenza, ma anche ferite di guerra. È una donna altezzosa, una bambina un po' capricciosa, un po' imbronciata, che arrossisce se la guardi troppo. E nello stesso tempo di una bellezza disarmante e un po’ nauseabonda. Per questo tocca il cuore, lo sfiora e lo solletica. E ci resta per sempre.



  di Dafne Berdini

mercoledì 18 settembre 2013

Thelma & Louise

Inutile dirlo, un film che ha fatto la storia. Due donne decidono di partire qualche giorno, per evadere dalla banale monotonia ed insoddisfazione delle loro vite. Dopo un episodio di violenza in un parcheggio, il film si trasforma in una fuga verso il Messico. Thelma e Louise, sempre più agguerrite contro i soprusi subiti da uomini immeritevoli, si lasciano alle spalle il passato penoso. Alla ricerca di una nuova, impalpabile libertà. Una libertà che raggiungeranno, con il sorriso in volto, ma a quale prezzo? Un solo gesto può cambiare la vita. Seguire il proprio cuore è l’atto più coraggioso e rivoluzionario di questo film. L’affermazione forte e lucida del ruolo della donna in questo mondo. Un forte sentimento di rivalsa, di riscatto, di rispetto. La sceneggiatura, tra le cento migliori di Hollywood, si è guadagnata un Oscar, ma le interpretazioni toccanti ed intense delle protagoniste (Susan Sarandon e Geena Davis) vantano entrambe più di una nomination. Fotografia e montaggio impeccabili. La luce limpida e desertica del New Mexico e la meraviglia del Grand Canyon sono rese magistralmente dal regista Ridley Scott. Strade sterminate a bordo di una macchina fanno da sfondo a questo splendido film.


E il talento?

Da quando spogliarsi è diventato sinonimo di talento? È vero, i tempi sono cambiati, e peggiorati. Ormai lo showbiz femminile non è altro che un'estenuante corsa al successo, con ogni mezzo, attraverso l'ossessione dell'immagine di sè. Prendiamo la Cyrus, ad esempio. Inutile dire che abbia centrato il bersaglio, passando da idolo delle teenager Hannah Montana, a normale cantante, a popstar sempre più svestita e sempre meno brava. Fino ad arrivare al nudo. E ora si parla solo di lei. Ma non si parla del suo talento di cantante, bensì delle due provocazioni sessuali, strusciamenti pubblici, scandali, nudi integrali, fino ad arrivare a "leccare un martello" in un video... Ma come ci siamo ridotti? Tanto più che così facendo, non solo la Cyrus, ma anche altre star del pop, non saranno certo ricordate per il loro talento. È una gara a chi mostra di più, il vero scandalo a breve diventerà restare vestiti? In una società sessista in cui la donna è sempre stata ritenuta inferiore, oggetto del desiderio, proprietà dell'uomo, queste immagini non fanno altro che aggravare ancor più l'idea di donna. Tanto che ormai svestirsi per farsi notare è diventato normale. Essere prese sul serio, con questi modelli, diventa sempre più difficile. L'uomo avrà pure le sue colpe, ma non si è mai visto un artista di sesso maschile spogliarsi o provocare per farsi notare.
Sono passati i tempi di Thelma & Louise in cui le donne si facevano valere, pretendendo rispetto, dimostrando una volontà di riscatto dai soprusi e dalle volgarità degli uomini.
Oggi tutto è cambiato. Lo storico bacio saffico di Madonna è stato quasi dimenticato, di fronte a tante ulteriori e ben peggiori provocazioni. Facciamoci qualche domanda. Questa non è libertà di esprimersi, ma è svendere il proprio corpo al miglior offerente. Non è talento, ma banalità, cattivo gusto, volgarità. Traete voi le conclusioni.
DadaB.

venerdì 14 giugno 2013

Il Viaggio romano di Jep



La grande bellezza, in concorso per la Palma d'oro a Cannes, è un film che tramortisce, annulla a tratti il filo narrativo, per trasformarlo in un’immaginifica e figurata meraviglia. E disgusto.
Paolo Sorrentino infarcisce la pellicola di contraddizioni e di realismo. La bellezza eterna e indissolubile di Roma, fa da teatro ad un’autentica sfilata di brutture. Incarnate in individui grotteschi che l’attraversano, dirompenti nella loro apatica intolleranza e carichi di infondato disinteresse per qualsiasi cosa che non rientri nella vasta sfilza di divertimenti mondani ed evanescente frivolezza. La grande bellezza è un viaggio, come preannuncia l'eloquente citazione di Celine (Viaggio al termine della notte), all'inizio del film, ed è la chiave per capirlo. In questo viaggio ci accompagnerà Jep Gambardella, protagonista dissoluto e impertinente, impersonato da Toni Servillo che, dopo il premiatissimo Divo, non smette di sorprendere. Jep è un Virgilio mondano e scalmanato, nonostante i sessantacinque anni suonati, che guida l’occhio dell’osservatore a fare i conti con le multiformi facce della capitale. Un perenne ragazzino che non lascia andare il passato, la vita napoletana. Riaffiorano periodicamente nel film, accenni alla pubblicazione giovanile di un romanzo di successo, a un amore lontano e perduto, inafferrabile. Ma crogiolarsi dentro i soli appigli di vita vera, rappresenta per Jep un dolce soffrire, una languida malinconia. La perdita progressiva di speranza lo ha portato sui suoi passi, e sull’incapacità di riprendere a scrivere perché, dice lui, Roma distrae. Questa vita notturna ed eccessiva, annulla la volontà dei singoli, risucchiati dal vortice frenetico di un lusso sfrenato, da feste volgari e psichedeliche, terrazze con vista sul Colosseo, e trenini più belli di tutti, perchè non vanno da nessuna parte.
E Roma resta, immobile e monumentale, silenziosa ed eterna, sullo sfondo. Noncurante degli affanni, delle morti, della decadenza allarmante che vede delinearsi nei suoi abitanti.
La grande bellezza è insomma una visionaria ed onirica sequenza di episodi, pochi dialoghi, molti monologhi, uno sconnesso profilarsi di esseri umani. Appare accanto a Jep, per pochi minuti, anche un’Isabella Ferrari deprimente e sola, il cui lavoro è quello di essere ricca. La sua vita si contrappone invece alla semplicità di una coppia che di sera guarda la tv e poi va a letto. E Jep riesce a captare anche tra quegli umili mobili, un’autenticità di affetti, dicendo infatti – Ma come siete belli!
Per il resto tutto è privo di senso, decadente, dalla vacuità dei discorsi, alle effimere distrazioni mondane, subdole e patetiche; è un affresco pessimistico ed ironico di un’esistenza inafferrabile, fuori controllo, che risucchia, producendo una schiera di ignavi, di inetti. Un’oscura discesa infernale, paradossalmente lontana dal Paradiso-Roma. In pochi si distinguono: Romano (Carlo Verdone), timido e sognatore. Uno sconfitto. L’unico ad ammettere quanto Roma lo abbia deluso. Ramona (Sabrina Ferilli), spogliarellista travolgente, meno corrotta di tante altre anime. E Jep; giudice e osservatore disincantato, ironico e cinico, sentimentale e sensibile, forse l’unico consapevole di se stesso, che accetta con rassegnazione un’esistenza passiva ed assurda. Si gode quel che resta di questa vecchiaia dissipata e opulenta, passeggiando all’alba, o di notte, sullo sfondo di una Roma irripetibile.
 
Dice Jep in un monologo - È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore; il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura… Gli sparuti, incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile.
La bellezza – dice Sorrentino – è la fatica di vivere; per questo il film è così lungo e pieno di personaggi e situazioni. C’è anche un continuo contrasto, tra sacro e profano, tra un cardinale ben poco spirituale e una santa che mangia solo radici, quintessenza della povertà.
C'è chi non si accorge nemmeno della bellezza di Roma, e chi, invece, come il giapponese al Gianicolo, sviene alla sola vista, stordito da troppa magnificenza.
È la fine di un'era, quella della Dolce Vita felliniana, e l'inizio di un'altra, amara, disincantata esistenza, scandita da un sonoreggiante rimbombare di ritmi, danze, paillettes e silicone.





La mia foto con Paolo Sorrentino.

domenica 21 aprile 2013

Blue Valentine



Dean: Non lo so, mi sento come... dovrei smettere di pensarci, ma non posso. Forse ho visto troppi film, sai, amore a prima vista. Cosa ne pensi dell'amore a prima vista? Pensi di poter amare qualcuno solo guardandolo? Ma la cosa è, amico, che mi sono sentito come se la conoscessi, ti è mai capitato? 
Sembra solo diversa, sai? Non lo so, è solo una sensazione su di lei. Sai come quando inizia una canzone e devi solo ballare?




Blue Valentine è un film sincero, schietto e veritiero, racconta la vita. Il regista Derek Cianfrance lo rende il suo grande esordio hollywoodiano, correndo un bel rischio. Si tratta infatti, di un film sui generis. Poco acclamato dal grande pubblico, in Italia non esce nemmeno nelle sale, nonostante la presentazione al Festival di Cannes e la nomination all’Oscar per Michelle Williams. Ma come disse il filosofo Adorno: La massima riuscita di un’opera d’arte, è il suo fallimento. Detto fatto. Blue Valentine non abbellisce, non inventa illusorie o zuccherose storielle a lieto fine, non parla di favole. Parla della realtà: la realtà della vita di coppia, quotidiana. Del logoramento di un amore che si sta affievolendo, che si trascina a tentoni, avanti negli anni, per abitudine forse, o per paura. La paura di restare soli, o di distruggere una famiglia ancora giovane. Con brutale schiettezza, la cinepresa quasi sfiora i visi dei personaggi, entra nelle loro vite abitudinarie e deludenti. Non lascia spazio all’immaginazione.




Cianfrance non abbandona nemmeno stavolta la sua vena documentaristica, addentrandosi in territori rischiosi ma puramente vitali. Lo stacco tra la vita presente e passata è rappresentato anche dall’uso di due diverse cineprese: una con colori caldi, ed una capace di rendere la realtà cosi com’è nel presente: fredda e deprimente. Cindy e Dean sono intrappolati nell’incomunicabilità, ancora uniti solo per amore della figlia Frankie, cercano disperatamente una via di fuga. L’uno perseverante nel ritrovare un po’ di serenità, forse un po’ ingenuo; l’altra cinica, fredda e distaccata. Se ne stanno impalati nei loro mondi fatti di silenzio. Il film è un’altalena di immagini, di flashback tratti dalla vita presente e passata, un andirivieni di ricordi. Il contrasto è netto, tra l’amore giovane e incondizionato, e il logorio di una vita passata insieme che si sta frantumando giorno dopo giorno. Non facilmente apprezzabile come film, essendo tutti noi abituati al lieto fine. Ma la trasparenza senza filtri e senza bugie, risulta difficile da criticare. I protagonisti sono devastati da una storia d’amore ormai finita, impossibile raccogliere o incollare i pezzi; sono lì freddi e inanimati, a ricordare con tristezza e quasi rabbia, i candidi segni di un amore lontano, che determinerà inevitabilmente il futuro del loro nucleo familiare. Le interpretazioni di Ryan Gosling e Michelle Williams sono da togliere il fiato. Attori giovani ed abilissimi, sono capaci di donare ai caratteri la capacità di commuoverci con verosimiglianza e passione.